domenica 2 febbraio 2014

Decrescite (in)felici

Continuano a dilagare, sopratutto in rete, filosofie cosiddette "decresciste" ("alla" Latouche)  : che sostengono cioè, che ciò che causa le crisi in occidente (e anche altrove come conseguenza) è principalmente il modello di sviluppo cosiddetto "occidentale".
Ed inoltre, che ripensare a questo modello in senso ecologico e tenendo presente fattori terzi ( l'ambiente, il benessere, etc) ci costringerà necessariamente a mettere in discussione la crescita economica e l'accumulo di beni per un (molto romantico) ritorno ai  valori fondamentali della natura ricercando il benessere attraverso poche e semplici cose.
La considerazione che è alla base di questa concezione è quella, comprensibile, che le risorse ed il pianeta sono "finiti" (hanno cioè una quantità/dimensioni misurabili, non infinite, limitate). L'utilizzo sconsiderato di risorse da parte di tutti è quindi impossibile, data la costante crescita demografica. Fin qui ci sarebbe solo da dar ragione a chi pensa di correre ai ripari prima che sia troppo tardi.
La realtà invece è molto più complicata, ma per fortuna ci lascia qualche margine di speranza di poter continuare ad utilizzare nelle nostre vite i progressi scientifici e tecnici ai quali siamo abituati ( e ai quali difficilmente riusciremmo a rinunciare), con la promessa di goderne ancora per il futuro.
Queste ed altre considerazioni sono state affrontate da molti importanti economisti, come ad esempio Stiglitz, il quale spiega alcune delle sue posizioni in questa intervista .

Cosa succederebbe se, facendo i calcoli, venisse fuori che le risorse attuali non bastano per tutti?
Immaginiamo i possibili scenari:

- in un economia capitalistica (neo)liberista:
 Le merci seguirebbero le leggi della domanda e dell'offerta, apprezzandosi mano a mano che diventano più rare. Di conseguenza non sarebbero più a portata della maggior parte della popolazione. Sarebbero invece presidio esclusivo di chi possiede i mezzi economici per acquisirle.
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Beni ora comuni come l'acqua potabile (che molte previsioni indicano come il bene limitato per eccellenza) potrebbero diventare status symbol di una classe agiata.
Per non parlare della mercificazione pressoché totale delle attività umane auspicata da dottrine economiche di questo tipo, quindi attività fin'ora "pubbliche" per definizione (scuola, sanità, etc) , sarebbero "date in pasto" ai cosiddetti "mercati" perché li governino.
Naturalmente se il fine ultimo è il profitto, la funzione sociale ne risentirà fortemente (in peggio).
Inutile dire a quali tensioni si andrebbe incontro con una situazione simile.

- in un economia "della decrescita"
Le merci sarebbero limitate:  verrebbero utilizzate solo fonti rinnovabili, limitando enormemente le capacità produttive. Inoltre verrebbe messo in discussione il principio della crescita, e quindi le basi sul quale si basa l'attuale sistema occupazionale. Senza considerare utopistiche idee di abbandono della moneta per mondi ideali dominati dal baratto o scambio di servizi, potremmo immaginare un sistema con una maggioranza di persone in stato di disoccupazione perenne, assistite da uno stato ridotto a "elemosinatore di ultima istanza". Un ente che tiene in vita ,al minimo sindacale (che nel frattempo sarà ovviemente diventato molto più "minimo", dato che i sindacati saranno presumibilmente scomparsi,così come il lavoro in genere) masse di ""sub-umani" detti anche orwellianamente "prolet". E dove prenderebbe i soldi lo stato? si parla di autosufficienza, quindi ci sarebbe un massiccio ritorno al lavoro rurale per l'autoproduzione.
La considerazione finale è quindi quasi banale: se il tuo paese non ti fornirà i mezzi, strumenti, oggetti che desideri, e non puoi farteli da solo, sarà praticamente impossibile acquistarli, visto che i prodotti esteri saranno presumibilmente molto più costosi (oltre a essere ridotto praticamente a zero il proprio reddito).
Infatti il "decrescista" medio è anti-consumista: di solito obietta "non ho bisogno del dvd, del computer, della medicina occidentale, della tecnologia in generale" , "i nostri nonni era molto più felici perchè  non erano schiavi degli strumenti tecnologici, come lo siamo noi".
Ne parlerò eventualmente in seguito.

- in una economia "verde"
si parte dalle stesse considerazioni dei "decrescisti": si cerca di prendere in considerazione altri fattori (da considerare insieme o in alternativa ad esempio al PIL) come indicatori del benessere.
Fattori come l'istruzione , la qualità della vita, il potere di acquisto.
Si cerca però di integrare questa visione con il modello capitalista, partendo dalla considerazione che è impossibile effettuare una rivoluzione nel sistema economico senza passare per una "revisione" del capitalismo. Semplicemente dei passi intermedi devono essere fatti: non si passa dall'archaeopteryx alla gallina nel giro di un giorno. Esiste però una pletora di idee e proposte diverse per queste riforme.

Mentre si discute, attualmente si è affermata la curiosa tendenza nel capitalismo (di cui parla Slavoj Zizek in questo interessante spezzone) ad inglobare al suo interno la dimensione anti-consumistica (tramite la carità , la solidarietà verso i più poveri, il commercio equo e solidale) facendo in modo che anche gli anti-consumisti diventino consumisti "a cuor leggero". Naturalmente contribuendo a perpetuare il sistema e addormentare le coscienze. Che importa se inquino, quando poi faccio la carità per piantare gli alberi?  Oppure: compro dal grande produttore X che pianta un albero per ogni albero tagliato ( ma sfrutta in modo vergognoso i lavoratori) , compro dal produttore Y perchè paga in modo giusto i suoi fornitori del terzo mondo (salvo poi causare squilibri nei paesi che utilizza, o alto impatto ambientale).

Naturalmente bisogna prestare molta attenzione nel non cadere in trappole simili, che portano nel migliore dei casi alla non risoluzione del problema.

Ad ogni modo, a partire dalle considerazioni sopra, e non vedendo alternative, i decrescisti sostengono quindi la necessità di mettere in discussione il principio sopratutto keynesiano del progresso continuo e della piena occupazione.
Keynes già negli anni '30 anticipa queste considerazioni:
"I see us free, therefore, to return to some of the most sure and certain principles of religion and traditional virtue-that avarice is a vice, that the exaction of usury is a misdemeanour, and the love of money is detestable, that those walk most truly in the paths of virtue and sane wisdom who take least thought for the morrow. We shall once more value ends above means and prefer the good to the useful. We shall honour those who can teach us how to pluck the hour and the day virtuously and well, the delightful people who are capable of taking direct enjoyment in things, the lilies of the field who toil not, neither do they spin.
But beware! The time for all this is not yet. For at least another hundred years we must pretend to ourselves and to every one that fair is foul and foul is fair; for foul is useful and fair is not. Avarice and usury and precaution must be our gods for a little longer still. For only they can lead us out of the tunnel of economic necessity into daylight.
I look forward, therefore, in days not so very remote, to the greatest change which has ever occurred in the material environment of life for human beings in the aggregate. But, of course, it will all happen gradually, not as a catastrophe. Indeed, it has already begun. The course of affairs will simply be that there will be ever larger and larger classes and groups of people from whom problems of economic necessity have been practically removed. The critical difference will be realised when this condition has become so general that the nature of one’s duty to one’s neighbour is changed. For it will remain reasonable to be economically purposive for others after it has ceased to be reasonable for oneself. "
La risposta di Keynes, come già detto sopra, è semplice: non si può,almeno per il momento, prescindere dal capitalismo.
Il vero obbiettivo, non è quello di smantellare il capitalismo attraverso qualche tipo di crisi catastrofica (nella quale molti decrescisti confidano, più o meno segretamente), ma quello di migliorare le condizioni generali di modo che il capitalismo diventi naturalmente obsoleto.

Questo può essere perseguito solo attraverso un costante impegno nel migliorare le condizioni della popolazione e, inutile (forse) dirlo, l'unico ente in grado di garantire mezzi in modo così universale e duraturo, è lo Stato.

Solo lo Stato può impegnarsi per garantire un a istruzione, sanità, servizi per la cittadinanza, universali.
Si tratta quindi di ridefinire il ruolo dello stato a quello di presidio del benessere dei suoi cittadini.
Il fine ultimo deve sempre essere il benessere diffuso, e la sicurezza.
Non mi lancerò in una apologia del Keynesismo, ma trovo sia l'unico modo di raggiungere il fine ultimo, attraverso però qualche accorgimento, che cercherò di spiegare.

Ci sono varie correnti di pensiero per il raggiungimento di un "capitalismo verde" che parta da queste considerazioni. Tra tutte, trovo molto interessanti le considerazioni affrontate dal testo "Capitalismo Naturale" (P. Hawken, A. Lovins, L.H. Lovins, 2001).  Gli autori del Rocky Mountain Institute riprendono analisi già fatte in precedenza, e riportano esempi di capitalismo che , grazie all'efficienza produttiva, eliminano gli sprechi ripensando alla filiera e progettando prodotti che includano nel processo anche l'output della produzione (la spazzatura). Ma questo non basta. Secondo me l'intuizione veramente interessante è quella di dare un valore monetario alle risorse "prime", in base al rapporto tra il proprio valore intrinseco e il loro impatto ambientale.
Ad esempio: se produrre un quaderno con le tecniche tradizionali mi costa 5 soldi, è perchè il capitalismo "tradizionale" non considera l'impatto ambientale, ad esempio della produzione della carta, che con gli attuali standard arriverebbe a costare 5 soldi in più : 3 soldi per il mancato apporto di ossigeno al pianeta e 2 soldi per il dissesto del suolo (sotto forma, magari, di disincentivo fiscale). La ditta produttrice sarebbe così costretta ad adottare tecniche e standard più moderni per abbattere i costi. E magari a ripensare al ciclo di vita del prodotto, prediligendo un rapporto di "vendita del servizio" al cliente.
(Es: il produttore di cellulari potrebbe cercare di fidelizzare il cliente proponendo il servizio di fornitura di telefono cellulare: invece di buttarlo, il telefono sarebbe rimandato alla casa produttrice che ne riutilizzerebbe le parti per produrre nuove versioni.)

Chiaramente tutto questo sottintende uno Stato capace di applicare politiche di incentivo/disincentivo fiscale, quindi di avere pieno controllo sulla propria economia, al contrario di quanto avviene oggi per molti paesi.

Esistono miriadi di studi che esplorano la possibilità di integrare nuovi indicatori, nuove tecniche, accorgimenti per rendere la produzione ed il consumo più "sostenibili". La scelta è solo politica o se vogliamo, ideologica.

Infatti, l'altra faccia della medaglia di cui parlano i decrescisti è la (non) necessità del progresso continuo.
Qui si tratta di stili di vita, di certo non si può pensare di costringere qualcuno ad adottare uno stile di vita che non gli appartiene, e di certo non c'è alcun bisogno di estremizzare le cose.
Ad un amante della natura potrebbe tornare comodo ad esempio un navitatore gps, un kit di pronto soccorso o medicine in generale, il frigorifero, utensili che diamo per scontato nel quotidiano ma che per essere prodotti necessitano di un certo grado di tecnologia e lavoro in una comunità.

Come conciliare quindi questa esigenza di progresso con la impossibilità (apparente) di raggiungerlo senza pagare prezzi eccessivi?

Quello che i decrescisti proprio non considerano, nelle loro analisi, è che il famigerato "picco di Hubbert" viene raggiunto per una materia prima/tecnologia alla volta, quindi più materiali diversi possono concorrere in fasi diverse del picco per il totale e varie tecnologie che servono per gli stessi fini possono essere utilizzate contemporaneamente. Inoltre, il costante sviluppo tecnologico (naturalmente laddove vi siano le risorse ambientali/umane necessarie e sufficienti: ma il progresso tecnologico viene "esportato" livellando pressoché automaticamente le tecnologie esistenti in un'area omogenea, e rendendo disponibili le invenzioni più significative al resto del mondo) porta nuove tecnologie e nuovi modi di risolvere problemi prima ritenuti insormontabili.
Ci sarà quindi sempre un picco successivo: è una successione continua di "picchi" di Hubbert sovrapposti che non impatta il progresso generale: ogni qual volta un picco viene raggiunto, un'altra curva è in piena ascesa e andrà a sostituire la precedente, raggiungerà poi a sua volta il picco e così via (utilizzando fonti via via più "rinnovabili" - fermo restando che nessuna lo è in assoluto, nemmeno il nostro sole, che si estinguerà anch'esso-).

A chi obietta: "ma le risorse non sono infinite!" si potrebbe rispondere "nemmeno la vita umana sul pianeta terra è eterna". Già, perché prima o poi dovremo lasciare questo pianeta se vogliamo sopravvivere (ammesso di essere riusciti ad arrivare tanto lontano nel tempo, scampando possibili disastri su scala globale, come un nuovo "evento K/T", la quale eventualità è considerata dagli esperti non proprio improbabile ).
E, ad ogni modo, le materie prime, come già detto, cambiano con il tempo: prima venne il legno, poi il carbone, poi il petrolio, domani forse l'acqua, o il sole. Non vedo particolari motivi di preoccupazione in tal senso.

Un continuo progresso e miglioramento generale delle condizioni umane possono portare allo sviluppo di nuove tecnologie, nuovi modi di affrontare i problemi.
Ma è la ricerca del miglioramento delle condizioni che deve per forza di cose essere stimolata dagli Stati, per una serie di motivi (credo facilmente comprensibili): il disinteresse della ricerca "pura" per i fini commerciali, il disinteresse per il profitto, il controllo sui privati (che garantisce regole uguali per tutti e le necessarie norme di sicurezza, umana e ambientale)

In conclusione, la decrescita (così come è intesa in casa nostra da certi movimenti) non solo è infelice, ma presuppone un mondo già sfasciato e semi-ruralizzato.
Se vogliamo invece concentrarci su un futuro sostenibile per tutti nel migliore dei modi, occorre mettere da parte gli estremismi e cercare di giungere a soluzioni razionali, che partano da analisi serie e scientifiche delle cose. Evitando gli allarmismi, facili proclami e populismi.

Anzi, a voler pensar male , si potrebbe addirittura pensare che tali idee sono propedeutiche ad una visione alla Von Hayek: limitare le risorse per le classi meno abbienti, a vantaggio delle oligarchie (così non ci sarebbe bisogno di riorganizzare la produzione, ormai ridotta al minimo, e di fare sacrifici a causa delle classi subalterne: loro faranno i sacrifici in modo autonomo). Per non parlare del fatto che molti paesi emergenti sarebbero ricacciati nella fame, solo perchè lo stile di vita "occidentale" ha esaurito le risorse.
Sono presunte soluzioni nelle quali fatico a trovare un senso (che non sia pura malafede).

Avrebbe invece senso parlare di "crescita" o "sviluppo" sostenibile: il ripensare cioè a tutte quelle misure che indirizzino la produzione ed il consumo (ma anche l'organizzazione strutturale delle varie attività umane) verso  modalità che, non inficiando l'output, permettono il miglioramento delle condizioni senza impattare l'ambiente e le risorse.

to be continued...

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