Ultimamente si blatera discute molto di una misura dalle note nazional-popolari, che mette d'accordo un po' tutti i partiti che dal mainstream mediatico vengono definiti "antagonisti" (ma che in realtà, secondo il mio modo di vedere, risultano propedeutici allo status quo): il reddito minimo garantito.
Una comunione di intenti trasversale, che è in realtà (più o meno coscientemente da parte di chi la adotta) espressione di una visione politico-economica del mondo ben precisa.
Così come il job-act introdotto da Renzi, una misura di questo tipo (così com'è descritta nelle intenzioni di chi ne parla, ovvero in maniera assistenziale), è parte integrante del costrutto "Von Hayek-friendly" che ha accompagnato gli ultimi 30 anni di vita politico-economica dell'Europa, e in particolare della Germania.
L'obbiettivo non dichiarato di questo tipo di visione è quello di relegare le classi subalterne in una gabbia sociale all'esterno della quale è impossibile uscire.
Esse vengono mantenute ad un livello minimo di benessere, tanto quanto basta perché accettino di buon grado la propria posizione, non avanzino pretese (contrattazione sindacale) e non intervengano nel processo decisionale politico, che deve rimanere prerogativa delle élite (Hayek non sostiene esattamente questo, ma la sua impostazione sfocia nolentemente nell'oligarchia, per motivi puramente umani: l'avarizia avrà sempre la meglio in un mercato deregolamentato e i metodi "non convenzionali" di conquista di una posizione dominante sono duri a morire, in assenza di un intervento esterno pronto e forte).
E con la scusante che non è l'impostazione in se ad essere sbagliata, ma sono gli uomini ad agire male, si cavalca, da parte delle suddette élite, questa che si può chiamare a tutti gli effetti "ideologia", perché maggiormente utilizzabile ai propri fini.
D'altronde l'impostazione di uno "stato-minimo" lascia pochi spazi di intervento nel caso in cui "sfortunatamente" si presentassero dei monopoli di fatto.
Riprendendo il discorso precedente, in casa nostra si cerca di applicare la ricetta tedesca: controllare i salari tramite una deregolamentazione del mercato del lavoro (leggi: "sfoltimento" dei diritti acquisiti, cosa auspicata da Hayek), per ovviare al malcontento che la disoccupazione (anch'essa necessaria in un sistema liberista di questo tipo) inevitabilmente provoca, si fornisce un sussidio di tipo assistenziale per permettere condizioni di vita appena sufficienti .
Ciò è stato fatto in Germania con le riforme "Hartz" e viene proposta l'applicazione anche in casa nostra.
Ma dove i salari sono più alti, un loro contenimento pesa si, ma relativamente. Dove invece i salari sono già piuttosto bassi, e l'economia è in recessione l'impatto è potenzialmente devastante. Un'altra differenza significativa è che in Germania la riforma ha avuto un corpo unico: (creazione di disoccupazione e elargizione del sussidio sono avvenute in contemporanea), mentre da noi si chiede di flessibilizzare (o precarizzare che dir si voglia) il lavoro, senza però in contemporanea fornire alcun sussidio. Un sistema evidentemente insostenibile anche da un punto di vista "hayekano".
Queste le parole di Von Hayek:
There is little question that in times of general unemployment the state must intervene to mitigate genuine hardship either by disbursing unemployment compensation or, as in earlier times, by legislation to help the poor." (1937)
Cioè:
"esistono pochi dubbi sul fatto che in tempi di disoccupazione generale, lo stato deve intervenire per mitigare questi disagi reali elargendo compensazioni di disoccupazione, o , come in tempi antichi, tramite una legislazione che aiuti i poveri"
Riprendo ora un illuminante articolo nel blog di Luciano Barra Caracciolo nella quale si evidenziano le linee comuni tra il pensiero di Von Hayek e di quello di movimenti come "M5S" , "Tsipras" , etc, ma anche di Renzi:
"Una delle forme più diffuse di interferenza è sicuramente la legislazione in materia di giustizia sociale, la quale tende a modificare la posizione economico/sociale delle persone favorendo (ad esempio attraverso la tassazione) le persone meno agiate. Su questa tematica, la posizione di Hayek è assai drastica: le persone svantaggiate (i poveri, gli ammalati, i portatori di handicap, le vedove, gli orfani, ecc) debbono essere protetti da una “rete” che assicuri loro il minimo necessario alla sopravvivenza, ma ciò deve avvenire al di fuori del libero mercato e non come intervento correttivo del mercato da parte della legislazione. Assicurare un reddito minimo a tutti è, secondo Hayek, un dovere della società libera: ma ciò deve verificarsi tramite l’assistenza e non cambiando in modo artificiale le regole del mercato.
Tra i vari compiti dello Stato, spicca quello di costruire strade, fissare indici di misura, di fornire altri tipi di informazioni (attraverso mappe e cartelli stradali, ad esempio) e di controllare la qualità dei beni e dei servizi. Ma riguardo ad altri servizi, come ad esempio quello postale, quello dell’istruzione e delle telecomunicazioni, il monopolio dello Stato è pernicioso al massimo, oltre che inefficiente."
Sembrano a prima vista due ragionamenti parzialmente incompatibili: da una parte si ammette anche l'intervento dello stato legislatore in soccorso dei "poveri", nel riassunto seguente invece l'intervento statale sembra "bandito". come mai?
In realtà è una contraddizione solo apparente per i seguenti motivi:
1-) Deve essere fatto tutto il necessario affinché le classi subalterne non siano talmente insoddisfatte da avanzare pretese:
"Bisogna fornire agli indigenti e agli affamati qualche forma di aiuto, fosse anche solo nell’interesse di coloro che devono essere protetti da eventuali atti di disperazione da parte dei bisognosi."
2-) Hayek non lo puntualizza in modo chiaro, ma lo fanno altri per lui: (estratto sempre dall'articolo precedente):
Rimane il problema di capire come lo Stato dovrà intervenire. Ce lo dice un altro economista neoliberale, Eucken. Lo Stato, dice, deve intervenire con “azioni regolatrici”.E le azioni regolatrici dello Stato vanno fatte non sull’economia ma sul funzionamento del mercato. Questo significa che si dovrà puntare sempre alla stabilità dei prezzi ossia quel che deve fare lo Stato è controllare a tutti i costi l’inflazione. Lo Stato non dovrà mai calmierare i prezzi, non dovrà mai sostenere un settore in crisi, non dovrà mai e poi mai creare posti di lavoro attraverso l’investimento pubblico. Lo Stato dovrà solo controllare l’inflazione. Come? Attraverso il tasso di sconto, attraverso l’abbassamento delle tasse. Ma mai con una politica che turbi l’economia.
Questo compito dello stato, quindi "in deroga" ai principi neoliberisti, è necessario per mantenere lo status quo.
Per riprendere l'origine del nome del blog, il "mondo nuovo" al quale si guarda, è simile a quello di Huxley più che a quello di Orwell (anche se i "prolet" assomigliano molto, nella loro ignavia e ignoranza, alle classi "povere" attuali). Un mondo in cui gli appartenenti alle "caste" subalterne non sentono l'esigenza di avanzare pretese, visto che hanno il minimo necessario e la loro vita è impegnata quasi interamente per tirare avanti.
Un mondo in cui la cosa più importante è la condizione di nascita e che rende molto difficile, se non impossibile, il riscatto sociale (il figlio d'operaio non può essere dottore). Caste stagne, insomma: in netta antitesi allo spirito della costituzione italiana.
Al di là del questioni di "lana caprina" , ciò che è davvero grave qui è il fare propria, da parte di forze considerate antagoniste, una impostazione di tipo "neoliberista" alla Von Hayek.
Ciò indica ancora una volta, a mio avviso, l'ignoranza della "base" in certi movimenti, e spero ( ma non ci credo) che non ci sia malafede nei vertici, ma anche qui solo una sostanziale vacuità nella visione e necessità di "parlare alla pancia" dell'elettorato.
E se invece di assistere con l'elemosina i poveri e disoccupati , provvedessimo a creare occupazione?
La via inflattiva (quella che punta l'accento sulla necessità di creare occupazione),è l'antitesi del neoliberismo, ed è parte integrante del nostro apparato statale di "repubblica fondata sul lavoro" come"garante dei soggetti più deboli" in quanto secondo la nostra costituzione lo stato ha il compito di garantire:
solidarietà politica, economica e sociale" (art. 2), dare "pari dignità
sociale...rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che,
limitando di fatto la libertà e l'eguaglianza dei cittadini, impediscono
il pieno sviluppo della persona umana e l'effettiva partecipazione di
tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del
Paese" (art. 3), riconoscere "il diritto al lavoro e promuove le
condizioni che rendano effettivo questo diritto." (art. 4), "promuove lo
sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica. Tutela il
paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione", (art. 9) .
Il tutto fa parte di una distorsione orwelliana: fare digerire a un elettorato ricette che vanno contro ai suoi interessi, presentandole come se andassero a suo esclusivo vantaggio, o quasi. Ed esso vi si appiglia e premia i politicanti che forniscono tali cure venefiche.
(Mi prometto di scrivere nel prossimo futuro di tale distorsione e dei metodi per perseguirla, facendo un parallelo anche qui con i romanzi distopici, che devono sempre essere tenuti presenti, a mio avviso, perché ci indicano futuri possibili: non dimentichiamo che alcune delle cose profetizate da tali romanzi, si sono puntualmente avverate, in toto o solo in parte).
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